Appunti da Praia


Una passeggiata spazio-temporale nella cosmopolita e popolosa capitale di Cabo Verde con alcuni spunti di riflessione sulla storia e la cultura dell’isola e sulle sue trasformazioni, da quando era una colonia portoghese a oggi.

Testo e foto di Adele Gemelli

Il mio viaggio a Cabo Verde inizia dalla sua capitale, Praia (150.000 abitanti) sull’isola di Santiago. Definita dalle guide come la più africana delle città capoverdiane non ho particolari aspettative nei suoi confronti anzi, col ricordo di altre città africane già visitate, temo di trovarla caotica e poco accogliente, un luogo da cui fuggire prima possibile, invece…

Già dalla prima mattina, ho la fortuna di incontrare Mira, una signora dal bel viso sorridente, residente negli Stati Uniti ma originaria proprio di Praia dove periodicamente torna a ritrovare la sua famiglia. Parla e capisce bene l’italiano e ha voglia di raccontare la sua vita e di condurmi nei luoghi a lei familiari.

Siamo sul plateau, la parte alta della città, nel centro storico e ci incamminiamo per l’unica via pedonale, verde di alberi, sulla quale si affacciano casette basse dai tetti rossi, molti piccoli caffè con tavolini all’aperto, negozietti colorati e senza pretese, molto animata per un continuo viavai, soprattutto di donne che, nonostante i pesanti cesti carichi di merci destinate al mercato, procedono con andatura spedita e sensuale. Altre sostano lungo la via proponendo il cambio di valuta o piccole confezioni di dolci o di formaggio di capra.

Molto attive queste mulheres da Praia!

Il Sofia Café

La nostra prima tappa è il Sofia Café dove, sul muro d’angolo, un enorme murale invita a proteggere pesci e tartarughe. Il caffè si affaccia su una grande piazza alberata, con piccole bancarelle di sigarette ed è animatissimo: gente che conversa ai tavoli all’aperto con un immancabile sottofondo di musica capoverdiana, fa colazione con i pasteis de milho (le frittelle di mais), legge i giornali.

Noto, su un grande tendone che delimita il caffè, l’immagine di una donna e il testo di una poesia dedicata alla donna creola. Mira mi legge e traduce il testo, non senza difficoltà perché, pur parlando il creolo, mi spiega, questa è prevalentemente una lingua orale, trasmessa nei secoli di generazione in generazione, nata dal bisogno degli schiavi, tradotti a forza dalle loro terre divenute colonie portoghesi (Senegal, Guinea, Angola), di creare una lingua che mettesse in comunicazione gli africani delle diverse etnie tra di loro e con gli schiavisti portoghesi.

Dalla fusione del forte sangue africano con quello avventuriero degli uomini dell’espansione – racconta José Barbosa, poeta cabo verdiano – nasce dunque un nuovo popolo e la sua nuova lingua. Il creolo è una lingua elementare, spontanea, senza coniugazioni e desinenze, parlata in tutto l’arcipelago, con varianti locali. L’intenzione del governo è di introdurla nelle scuole ma, dal momento che ogni isola ha il suo proprio creolo, i linguisti devono ancora trovare una soluzione che accontenti tutti.

L’architetto Gregorio

Al Sofia Cafè incontriamo un amico di Mira, Donnay, che ci presenta lo storico Architetto Pedro Gregorio, ideatore della bandiera a dieci stelle (corrispondenti alle dieci isole dell’arcipelago) adottata da Cabo Verde nel 1992, dopo la separazione dalla Guinea Bissau.

Le nuove generazioni d’architetti – commenta amaramente Pedro – si sono formate all’estero, in Brasile, in Europa, negli Stati Uniti e una volta tornati a Praia hanno dato vita a una architettura eclettica, dagli stili più disparati.Purtroppo non hanno sufficientemente studiato l’architettura tradizionale che aveva trovato le soluzioni più adatte al clima tropicale assicurando la giusta ventilazione con finestre, cortili interni, la pietra come materiale, le tegole a copertura dei tetti e così le case più recenti non sono autosufficienti, necessitano di condizionatori e non assicurano più il benessere a chi le abita. 

Le riflessioni dell’architetto saranno preziose per darmi una chiave di lettura degli edifici che mi troverò davanti nel corso della mia esplorazione della città: dalla bellissima casa ora sede del museo etnografico, costruita secondo i criteri tradizionali (pietra, legno, cortili e molte aperture) agli edifici moderni spesso ingabbiati da pesanti contro-facciate.

Il cortile della musica

Ora Mira ci tiene a mostrarmi il luogo dove è nata e dove ha vissuto la sua infanzia. In fondo alla via pedonale c’era un tempo un grande cortile attorniato da tipiche casette basse, lì era la sua casa e il cortile in cui giocava.

Oggi il cortile è diventato il Quintal da Musica, ristorante famoso per il cibo tipico e per il palco su cui si esibiscono, ogni sera, i musicisti e i gruppi musicali più quotati di Cabo Verde e dove la sera, per assistere ai concerti, occorre prenotare in anticipo il tavolo. C’è un’atmosfera coinvolgente, al Quintal: si suona un po’ di tutto, dalla musica tradizionale capoverdiana alla musica brasiliana, un continuum che trasforma persino i muri dello splendido locale, tappezzati con le foto in bianco e nero di musicisti noti, in protagonisti attivi dello spettacolo. E tra i suoni e le voci dei musicisti che si fondono con l’allegro brusio dei gaudenti clienti, talvolta si vede qualcuno farsi largo tra i tavoli per danzare la tipica coladeira caboverdiana!

Il Belvedere

Il mio giro con Mira nel centro storico termina al Belvedere dove, attraversato il giardino della grande piazza del Municipio, ci affacciamo sulla costa. La spiaggia che, da ragazza, lei raggiungeva scendendo un semplice sentiero, ora appare lontana e separata dal plateau da grandi arterie stradali. Campeggia sul Belvedere la gigantesca statua dell’esploratore Diogo Dias Gomes rivolta verso la baia in cui approdò alla fine del ‘400.

Una baia fin troppo affollata, oggi, di costruzioni faraoniche finanziate da imprenditori cinesi: hotel di lusso, casinò e il progetto di un nuovo lungomare che annullerà la distanza naturale con l’antistante isolotto. Anche i quartieri periferici che si estendono oggi a perdita d’occhio sulle colline, un tempo non esistevano.

Ecco: i nuovi colonizzatori sono sbarcati ma Mira sembra quasi rassegnata e non troppo sconcertata dai cambiamenti futuri anzi, forse, ammira la dinamicità della sua città!

La città vecchia

Scendo la coloratissima scala che, dal centro, porta al grande mercato di Sukupira e ai mezzi di trasporto collettivi. All’esterno del mercato le donne vendono galline e maialini, all’interno si trovano frutta, verdura e tessuti, per lo più senegalesi, e vari souvenirs. In un tripudio di colori, piccoli ristoranti improvvisati offrono, sotto tendoni rossi o blu, le specialità locali che vengono servite da ragazze con costumi anch’essi coloratissimi. Una vera gioia per gli occhi, oltre che per il palato!

Con pazienza aspettiamo che il taxi collettivo diretto alla Cidade velha, la città vecchia, si riempia – all’inverosimile! – di passeggeri e bagagli. Seduta accanto a me viaggia una bella bambina che sfoggia un’elaborata pettinatura impreziosita da perline colorate. Schiacciati come sardine, attraversiamo i grigi quartieri periferici di Praia , quindi ci inoltriamo nell’entroterra, passando accanto a edifici scolastici e poli universitari con tanto di insegne cinesi.

Arriviamo infine alla città vecchia, solcata dalla cosiddetta Ribeira Grande, il grande fiume, ora in secca però. Nella baia sbarcarono i primi esploratori e, passato il letto del fiume, un cartello informa che qui ci furono i primi insediamenti europei dell’Africa sub-sahariana.

Percorriamo la caratteristica Rua de Banana, costellata di alberi di banane, dove le case sono basse, rigorosamente in pietra e con il tetto di paglia. Alcune delle antiche chiese sono in restauro. I resti della fortezza e della colossale cattedrale dominano la collina, soli e imponenti, a testimoniare la passata ricchezza dell’impero coloniale portoghese, accumulata però con l’inumano sfruttamento degli schiavi. Sola, nella piazzetta, a testimoniare la loro condizione ai tempi delle colonie, la colonna con gli anelli a cui venivano legati.

 

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