Cohousing e vita all’estero


Una nuova proposta per chi sceglie di vivere in Portogallo e un’attenta analisi per valutare e concretizzare esperienze di vita insieme

Testo di Anna Agati – Foto di Habitação Colaborativa/CoHousing Portugal

 

Quando ho ricevuto la proposta di scrivere su questo tema, la prima cosa cui ho pensato sono state le esperienze innovative di cohousing di cui avevo sentito parlare quando vivevo in Italia, sia riferite alle disabilità sia alla terza età. Così ho cercato di approfondire l’argomento e mi sono chiesta come conciliare l’esigenza di vivere all’estero con quella di condivisione abitativa. Ma partiamo dall’inizio!

Innanzitutto: cos’è il Cohousing?

Significa abitare-insieme e già il nome restituisce una eco alquanto affascinante: si tratta infatti di esperienze di condivisione, di tipo diverso da quelle classiche e note, che in generale implicano il mantenimento dei propri spazi abitativi personali attraverso l’assegnazione e l’utilizzo di alloggi privati inseriti in un più ampio spazio collettivo, il che favorisce un buon senso di convivialità e di partecipazione.

L’idea del cohousing nasce negli anni ’60 in Scandinavia e oggi è conosciuta e diffusa in tutto il mondo. Secondo questo concetto le abitazioni private sono corredate da spazi comuni e sono generalmente progettate, e spesso realizzate, sin dalla fase iniziale dalle stesse persone che poi usufruiranno della struttura.

Si crea quindi un abbinamento tra l’indipendenza delle abitazioni private da un lato e gli spazi e i servizi comuni dall’altro. Alcuni esempi di aree comuni sono per esempio orti e giardini, sale delle feste, piscina, spazi di coworking, internet cafè, biblioteche, laboratori e officine.

Come evolve il cohousing in Portogallo?

Lo abbiamo chiesto direttamente a Manuela Reis, uno degli elementi del gruppo “Habitação Colaborativa/CoHousing Portugal”.

Il cohousing non sembra una realtà estremamente diffusa in Portogallo, dove i nuclei familiari, quasi sempre, cercano abitazioni autonome e la Reis ci ha proprio confermato questo aspetto. “La mentalità portoghese – ci dice infatti Manuela – è tuttora molto legata al concetto abitativo di famiglia tradizionale, strettamente connesso a quello di proprietà: il cohousing ancora non è diffuso nel sentire comune”.

Tra i principi basilari dei circoli abitativi proposti e gestiti dal gruppo portoghese “Habitação Colaborativa/CoHousing Portugal” ci sono la sostenibilità ambientale, l’intergenerazionalità e la modalità di autogestione, ma soprattutto gli aspetti umani, come il rispetto per l’altro e la riduzione dell’isolamento sociale e della solitudine.

Sebbene Cohousing Portugal si rivolga ad una utenza trasversale, afferma la Reis: “Al momento i principali interessati al progetto sono persone che si avvicinano alla sessantina, che sono quindi interessati a capire come gestire la terza e la quarta età in termini sia organizzativi sia abitativi”.

Cohousing Portugal lavora in collaborazione con “Hacora – Senior Cohousing Association”, di recente creazione, e i due gruppi sono impegnati nella divulgazione dello spirito dell’abitare insieme attraverso conferenze e presentazioni (a Porto, nel Febbraio 2019, è previsto un congresso internazionale sul cohousing) e contano, nell’arco dei prossimi tre-cinque anni, di concretizzare il primo progetto di coabitazione in una località, ancora da individuare ma che sarà, preferenzialmente, vicino a Lisbona e al mare.

Perché scegliere il cohousing

I vantaggi, al di là dell’effettivo risparmio in economia di scala, sono tanti e diversificati:
• gestire il percorso adattativo nel nuovo contesto in modo innovativo: il cambio di paese non è mai una esperienza facile e, per quanto ci si possa trovare bene, apprezzare il clima, il cibo, e via dicendo, il trasferimento resta sempre uno sradicamento dal territorio d’origine e, come tale, ha bisogno di tempo per essere elaborato e assimilato. Il fatto quindi di avere fin dall’inizio qualche compagno e qualche referente può rivelarsi un passo ottimale per garantirsi mutuo appoggio e confronto, soprattutto quando ci si sta ancora orientando;
• gestione pratica della vita quotidiana: per esempio affrontare eventuali emergenze (organizzative, mediche, burocratiche, o il banale …. “mi si è fermata la macchina”…) con l’appoggio e l’intervento dei cohousers o di professionisti precedentemente coinvolti;
• un’esperienza di vita alternativa cui sicuramente i più non avevano ancora pensato: vivere spazi comunitari con persone che hanno esigenze similari e che sono alla ricerca della stessa condivisione dopo la pensione non fa parte del nostro bagaglio culturale, ma può rivelarsi un’esperienza nuova e gratificante.

Secondo i sostenitori del cohousing e di chi lo ha già sperimentato, sarebbe poi una scelta di vita vincente sotto molti punti di vista: migliorerebbe la qualità di vita e il soddisfacimento, darebbe la possibilità di creare relazioni positive e stabili tra i cohousers e con il quartiere di appartenenza e comporterebbe vantaggi vissuta a tutte le età.

E voi, ne avete mai sentito parlare?
Avete mai pensato a questa soluzione?
Come vi sentireste a vivere in questo tipo di comunità?

 Scriveteci: noi torneremo sull’argomento per approfondire altri aspetti!

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