Lisbona a modo mio!


Non ci tornavo da 35 anni e mi avevano detto che era molto cambiata, così, un po’ per nostalgia un po’ per curiosità, ho voluto riviverla per tre giorni

Testo e foto di Elisabetta Franzoso

Posai la valigia a mano nella camera del Fado Bed & Breakfast, in centro a Lisbona, dove avevo già prenotato e, come amo fare di solito quando viaggio, cominciai a vagabondare senza una meta chiara in testa. Pioveva quella domenica pomeriggio di febbraio, poco prima che il mondo venisse scombussolato dall’arrivo del Covid 19 e subito dopo aver partecipato, in veste di staff, ad uno splendido retreat in Portogallo.

Il cielo era grigio intenso quando arrivai a Praça do Comércio dove mi aspettava Adam, il nuovo amico americano incontrato nei giorni di lavoro terapeutico con un gruppo di ben 80 persone provenienti da tutto il mondo.
Insieme, io e Adam, iniziammo a camminare chiacchierando animatamente mentre percorrevamo la strada principale, la bellissima Rua Augusta, che porta verso il Rossio e da lì decidemmo di deviare e salire verso il Castelo São Jorge. Ci fermammo a prendere un caffè, rigorosamente accompagnato da un Patel de nata, il dolce tipico di Lisbona, e ci guardammo, alquanto sorpresi, quando ci rendemmo conto che il costo totale era decisamente basso rispetto ad uno Starbuck nel Texas o un Caffe’ nel Barrio Gotico a Barcellona.

Dal Castello vidi per la prima volta dall’alto la città e mi colpì per il fascino tutto suo e particolare. Lassù lo sguardo spazia sulla città vecchia che si arrampica sulla collina ma che, rispetto alle mura del Castello, pare quasi a livello del mare in lontananza.

Non ricordavo di avere visto questa parte della città 35 anni fa quando ci ero stata in vacanza con un mio ex fidanzato ma, forse giovane come ero, la mia attenzione era rivolta ad altro piuttosto che alle meraviglie di un paesaggio così particolare e unico…. Sappiamo che l’età fa la differenza quando si viaggia e che le motivazioni e le aspettative cambiano con il tempo.
Ritornando da sola la sera verso il B&B, cercai di captare le mie sensazioni inoltrandomi per le strade che via via incontravo. Non rimanevano ricordi pregnanti provenienti dal passato. Era infatti un’esperienza esclusivamente nuova.

Il giorno seguente decisi di andare a piedi verso Belem. Sarebbe stata una camminata di circa 90 minuti ma si prolungò a due ore perché, di quando in quando, mi fermavo a fare foto con l’inseparabile iphone, strumento pratico e prezioso.

Incontrai un beggar che stava cercando di convincere una coppia di giovani passanti a donargli qualcosa per il giorno da affrontare. Mi fermai, scattai in tutta calma una foto, a loro insaputa, poi guardai nella piccola borsa che porto sempre a tracolla, mi avvicinai e gli misi in mano 10 Euro. Lui mi guardò stupito, incredulo mi restituì velocemente la banconota e mi chiese “Perchè?”. E io “Perchè ho voglia di farlo!”. “Sembrerebbe che ci debba essere una ragione precisa per poter dare….” borbottai poi tra me e me. E senza esitare gli rimisi in mano i 10 euro e lo abbracciai. La coppia mi guardò stupita e quando lasciai quell’abbraccio, che mi stava dando tanta pienezza emozionale, vidi anche loro incominciare ad abbracciare il mendicante. Mi allontani in silenzio e, sorridendo, e continuai il cammino verso la mia meta.

Mi raggiunse o, per puro caso, incontrai Adam che si divertiva a girovagare sul suo monopattino e insieme arrivammo alla Torre di Belem.
Quella immagine nitida e vicino al mare sì la ricordavo bene. E ricordavo anche l’atmosfera che avevo respirato qualche momento prima mentre camminavo da sola e scattavo foto lungo la strada che conduceva al quartiere di Belem.

Lì si respirava aria antica, era come se il tempo si fosse fermato e mi parve di essere tornata indietro nel passato. Vetrine impolverate, edifici abbandonati, caffè demodé, come se fossimo ancora nei begli anni ’80. Entrai in uno di questi e mi resi conto che dentro il tempo si era quasi fermato. I locali qui erano diversi rispetto a quelli incontrati dalle parti del Rossio e Praça do Comércio. Menù tradizionali e semplici, non all’ultimo grido, certamente non tutti muniti di wifi come nel centro storico più a misura turistica.

E’ in questa parte di Lisboa, e poi in quella alta di Lapa e dintorni, che il giorno seguente mi sono ritrovata a camminare con il naso all’insù per osservare i palazzi, tanti!, ancora semidistrutti, a malapena in piedi, in mezzo a quelli invece brillantemente restaurati da chi sta arrivando qui da ogni parte di Europa, e non solo, a investire denaro, portare turismo di massa e in qualche modo a togliere qualcosa alla gente originaria del posto. Ma questo è quanto accade in ogni parte di Europa nelle grandi Capitali. Il tempo non si può fermare e la gente anche a Lisbona deve, e vuole, vivere.

La miriade di colori da cui mi sentii avvolta mentre mi perdevo, completamente sola, per le stradine che si incrociano nella zona alta della Lisbona vecchia, è difficile da immaginare e da spiegare a chi è seduto e legge in questo momento. I miei occhi si stupivano di volta in volta ad ogni nuovo angolo di questa affascinante e anche  melanconica città. Perché la melanconia si sente e c’è, sì. E a me entrava nelle ossa.

Finii la lunga camminata di quella giornata, senza quasi sapere come, davanti al portale della Cattedrale di Santa Maria Maior e lì fu dove incontrai Patrizio Miguel  che mi offrì, con un sorriso gentile, un giro in tuk-tuk nelle parti di quella Lisbona che non sarei riuscita a vedere o raggiungere a piedi perché ero ormai stanca. Con questo giro per Lisbona iniziò la nostra amicizia e prese forma l’idea di un avventura nei dintorni di Lisbona, sempre con il suo tuk-tuk, il giorno seguente.

   Non perdete il seguito della storia: lo pubblicheremo ai primi di agosto!

Nel frattempo chi volesse conoscere Patricio Miguel, e fare un giro per Lisbona sul suo tuk-tuk, può contattarlo direttamente per e-mail (pm@patriciomiguel.pt) oppure tramite whatsapp al numero 00351919875651

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