Storie di mare


Immersione sul relitto della nave francese Bidart, incagliatasi e affondata, nel 1915, sulle coste dell’Isola di Flores, nelle Azzorre: un interessante itinerario subacqueo adatto anche ai neofiti.

Testo a cura della Redazione  – Foto di Filipe Gomes

L’IMMERSIONE, nel racconto di Carina Padilha

Si parte in gommone da Porto Velho, a Fajã Grande, sull’Ilha das Flores, e in soli 5 minuti si raggiunge il punto di immersione. L’ancoraggio è facile e a bassa profondità (7 metri), la temperatura dell’acqua gradevole (23°C) e la visibilità si preannuncia buona: condizioni ottimali per tutti e, in particolare, per chi non abbia grande esperienza di immersioni.

Scendiamo lungo il cavo e iniziamo l’immersione andando verso Nord. Sorvolando il relitto e cercando di immaginare come fosse la vita di bordo agli inizi del ‘900, osserviamo ciò che resta della struttura della nave.

Lungo il nostro percorso troviamo numerose ancore adagiate sul fondale di 7-10 metri, il che ci fa capire che affondarono insieme alla nave durante il naufragio, senza che l’equipaggio avesse il tempo per tentare un ancoraggio. Qua e là affiorano parti del carico trasportato, riconoscibile dalle rocce divenute verdi per il deposito di nichel fuoriuscito dallo scafo nell’affondamento.

Come sempre accade sui relitti, anche qui la fauna si concentra trovando casa negli anfratti della vecchia nave. Si possono vedere cernie piccole e graandi, gruppi numerosi di salpe, cavedani delle Bermuda, pesci pappagallo, pesci tigre, pesci regina e tante altre specie che trasformano questo luogo dal triste passato in un vero e proprio vivaio molto apprezzato, soprattutto da chi è alle prime esperienze subacquee. L’immersione su un relitto è infatti sempre carica di mistero e fantasticare su una storia che si perde nel tempo, dà la possibilità di far parte di questa storia, di vivere e sentire l’anima della nave.


Il nostro itinerario subacqueo, che si svolge tutto intorno ai 10 metri di profondità, termina con il ritorno alla barca e, risalendo il cavo, riemergiamo nel meraviglioso scenario delle rocce di Fajã Grande.

 

IL DIVING CENTER

Longitudine 31 è sia centro diving sia scuola di immersione ed è gestito dal PADI Master Scuba Diver Trainer Filipe Gomes e da Carina Padilha, Divemaster.

La dotazione del centro è di un gommone di quasi 7 metri ben attrezzato per il trasporto dei subacquei, 14 equipaggiamenti completi, 20 bombole e 2 compressori Bauer per ricariche a 200 e 300 atmosfere.

Oltre all’immersione sul relitto di cui parliamo in questo servizio, alle Isole Azzorre si possono fare numerose altre belle immersioni, a cominciare da quella all’Ilha do Corvo, dichiarata Riserva Mondiale della Biosfera dall’UNESCO, dove è facile incontrare balene e delfini.

In altri siti interessanti si possono vedere, soprattutto a fine agosto e settembre, esemplari di cernia bruna e tanto pesce pelagico tra cui l’elegantissima mobula, una specie strettamente affine alle mante e molto diffusa nell’Oceano Atlantico.

 

IL VELIERO

La Bidart fu costruita nel 1901 nei cantieri navali francesi Chantier Nantais di Construction Maritime, a Nantes. Vantava una stazza lorda di 2199 tonnellate e 1917 tonnellate di stazza netta. Lo scafo era d’acciaio ed era lungo 84 metri, con 12,30 metri di parte emersa e 6,80 metri di pescaggio.

Come tutti i velieri, anche la Bidart aveva tre alberi (trinchetto a prora, albero di maestra al centro e mezzana a poppa), più il bompresso, armati con vele quadre per gli alberi e latine per il bompresso e tra gli alberi, nel senso longitudinale della nave.

Varata nel settembre del 1901, venne consegnata alla Société Bayonnaise de Navigation e al comando del Capitano Pinsonnet effettuò diversi viaggi tra l’Europa e il continente americano.
La Bidart fu poi ceduta, nel maggio 1911, alla Société Anonyme de Voiliers Normands, con sede a Place de Rouen, Achicourt.

Nel corso della sua breve vita la Bidart navigò senza incidenti di rilievo, tranne uno che risale al 1906 quando, durante uno dei suoi trasferimenti una forte tempesta scaraventò un uomo in mare e strappò parte delle vele e il sartiame della barca a Tacoma, Washington.

Ma la sventura peggiore doveva ancora arrivare….. e arrivò, quasi dieci anni dopo.

Nel 1915 infatti , al comando del Capitano Jacques Blondel, 23 uomini d’equipaggio salparono per un viaggio no-stop dal porto di Thio, in Nuova Caledonia a quello di Glasgow, in Scozia andando incontro, ignari, al loro tragico destino.

 

IL NAUFRAGIO

Dopo quattro estenuanti mesi di navigazione con costante rotta verso Nord, il veliero si stava finalmente avvicinando alla destinazione finale ma il susseguirsi di giornate con tempo nuvoloso e l’onnipresente presenza della nebbia avevano reso oltremodo difficile mantenere l’esatta posizione dell’imbarcazione tanto che il capitano, alla fine, aveva perso l’orientamento.

A peggiorare le cose e lo stato d’animo a bordo, la sera del 24 maggio, morì il marinaio Letloc.  In questa situazione, alle 4.30 del mattino del 25 maggio 1915, il Capitano Blondel si rese conto, nella foschia mattutina, che la barca si stava pericolosamente avvicinando a una zona frangiflutti.

Cercò allora di riportare il veliero verso il mare aperto, in acque più profonde, ma la crescente forza del mare e del vento non gli permisero di effettuare la manovra, compito reso ancor più difficile dal fatto di non poter contare su un equipaggio efficiente e in piena forma.

I marinai erano infatti molto debilitati dallo scorbuto, una grave malattia causata dalla carenza di vitamina C nella dieta quotidiana a bordo e per questo molto diffusa, a quel tempo, sulle navi che affrontavano lunghe traversate oceaniche. Affaticamento e depressione, oltre ai dolori ossei e muscolari che lo scorbuto provoca, contribuirono perciò in modo determinante a rendere inevitabile la tragedia imminente.

Divenuta ingovernabile, la Bidart andò a incagliarsi vicino alle rocce di Lugar da Cachoeira, in località Fajã Grande, a circa 50 metri da terra. Nell’impatto la nave si spezzò in due, l’albero di maestra crollò sul ponte e il castello di poppa affondò a circa 8 metri di profondità.

Con grande coraggio il comandante in seconda Pedron, il nostromo Lhotis, il cuoco Charles e il pilota si gettarono in acqua, sperando di poter raggiungere la costa e andare a chiedere aiuto.

Sfortunatamente, per la forte turbolenza del mare, solo il pilota riuscì a salvarsi, mentre il cuoco e il nostromo affogarono e i loro corpi finirono spiaggiati nella zona di Fajãzinha, insieme a quello dell’ufficiale Pedron che, triste ironia del destino…, si era pochi anni prima salvato da un altro naufragio.

Come ultimo atto, il comandante ordinò l’abbandono della nave e, in questo scenario di terrore, indossando alla bell’e meglio i giubbotti di salvataggio, i membri dell’equipaggio saltarono uno ad uno nel mare agitato.

Alla fine solo 14 membri dell’iniziale equipaggio riuscirono a salvarsi e, più o meno feriti e contusi, vennero soccorsi dalla popolazione nel frattempo sopraggiunta sulla costa.

Il medico di Santa Cruz das Flores, assicurò loro le prime urgenti cure e, il giorno seguente, non appena le condizioni del mare lo permisero, fece trasportare i feriti più gravi all’ospedale del villaggio di Santa Cruz.

Agli altri più sfortunati marinai, su iniziativa del vice-vicario della parrocchia Reverendo Caetano Bernardo de Sousa, vennero riservati funerali solenni cui partecipò tutta la popolazione locale che allestì una camera ardente nella Casa dello Spirito Santo e omaggiò i defunti di corone di fiori naturali, sciarpe e cuscini.

 

IL DOPO-NAUFRAGIO

Tutto ciò che era recuperabile dal veliero – valutato in circa 300.000 franchi francesi – e il carico di nichel – del valore di 500.000 franchi francesi – fu acquistato, pochi giorni dopo il naufragio dal mercante Josè Azevedo da Silveira, per una cifra irrisoira e in moneta locale (il real insulano delle Azzorre): 210.000 reis, cioè meno di 7.000 franchi francesi! Il mercante si impadronì anche di qualche pezzo prelevato dal castello di prua, unica parte rimasta fuori dall’acqua.

Il resto della nave finì sul basso fondale, con parte del carico e oggetti di bordo, cibi e denaro all’interno. Per diversi giorni le cronache del tempo parlarono di un mare, nella zona di naufragio, di colore rossastro a causa della perdita del minerale di nichel caricato a bordo della Bidart.

I sopravvissuti, una volta ristabilitisi, si imbarcarono per Lisboa, a bordo del traghetto di Funchal, che fece scalo ad Angra do Heroísmo il 15 giugno 1915.

Di loro non si seppe più nulla e purtroppo ora, a distanza di più di un secolo, non è possibile neppure cercare di rintracciarli o ricostruirne la storia, a meno che qualche figlio o nipote non ci legga e non voglia farci partecipi dei ricordi e dei racconti sul naufragio ascoltati di prima mano, quando erano bambini.

Questi i nomi di coloro che non sopravvissero:

  • Pedron – Secondo ufficiale
  • Lhotis – Nostromo
  • Letloc – Marinaio
  • Charles – Cuoco
  • Legasi – Marinaio
  • Lencatre – Marinaio
  • Totbien – Marinaio
  • Lebreton – Marinaio
  • Kerne – Marinaio

 

LONGITUDE 31

Ecola de mergulho
Rua Padre Francisco de Freitas Tomás, n8
9960-476 Lajes das Flores – Azores

longitude31@gmail.com – mobile phone +351 918838414

 

BIBLIOGRAFIA

AA, 1901, “Naufrágio”, Jornal Persuasão, nº2071, 1091, Ponta Delgada
AA, 1915 Naufrágio nas Flores, Jornal União, 17 de Junho de 1915, Angra do Heroísmo
MORAES, A. 1994, O naufrágio da barca “Bidart” nos Açores, in Revista de Marinha, Setembro / Outubro de 1994, Lisboa
MONTEIRO, Paulo, 2003, L’archeologia nautica delle Azzorre: O naufrágio da barca Bidart, Word Wide Web http://nautarch.tamu.edu/shiplab

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