Web future


Innovare e cavalcare il cambiamento: chi farà la differenza nel prossimo futuro, e come? Al Web Summit di Lisbona abbiamo cercato le risposte e il senso di alcune parole chiave che orientano obiettivi e perplessità di attori e spettatori della rivoluzione digitale, attraverso un confronto fra interessi pubblici e privati

Testo di Silvia Giachello – Foto di Fabio Ferracane

L’evento che Forbes, la rivista statunitense di economia e finanza, ha definito come “il migliore congresso tecnologico del pianeta” da tre anni ha scelto Lisbona come sede privilegiata in Europa e, visto il successo, vi resterà almeno fino al 2028. Infatti i numeri crescono costantemente: quest’anno si parla di 70 milioni di visitanti da 170 paesi del mondo; 2.500 giornalisti accreditati (e in questa edizione 2018 ci siamo anche noi di Effetto Marão!); 300 milioni di euro di attività economica generata dall’evento che riunisce responsabili politici, capi di stato, scienziati, fondatori e CEO di compagnie tecnologiche dei settori più eterogenei: dalla tutela dell’ambiente all’Hi-Tech, dai colossi del web alle Startup, dall’industria automotive allo sport, dal turismo alla robotica, dal cinema al benessere, dal turismo al design, etc.. etc…

Durante i tre o quattro giorni che precedono l’evento, Lisbona è già vibrante di presenze straniere. Si nota fra i vicoli un volume eccezionale di volti orientali e una quantità impressionante di cartellini lasciapassare che identificano l’anagrafe di una moltitudine variegata e cosmopolita, mentre la città sembra trasformarsi in una metropoli interamente e naturalmente anglofona.

All’ingresso dell’enorme arena ovoidale costruita per l’Expo nel 1998 la coda per entrare è lunga e uno staff di giovani intraprendenti accoglie gli ospiti del Summit, muniti di biglietto ovviamente elettronico. Alla stazione di Oriente si osservano, disseminati qua e là, i volontari che aiutano gli ospiti a trovare la giusta direzione. I capannoni sono enormi, costellati di numerosissimi stand. I più famosi sono presi d’assalto, ma nessuno è mai vuoto. Trovare quello che si cerca è un’impresa degna di Teseo, resa ancor più ardua dall’enorme e incessante flusso di visitatori: se ti trovi controcorrente, desisti! Meglio aspettare un momento migliore. Nonostante l’alto numero di frequentatori, e il fatto che la maggioranza dei presenti attraversi mirabilmente gli spazi senza guardare lo spazio di fronte a sé ma fissando intensamente un qualche tipo di schermo portatile, tutto si svolge senza intoppi e nervosismi. La visione del palco illuminato dell’Arena e della folla che ricopre interamente gli spalti, la carica degli oratori e i discorsi coinvolgenti e suggestivi, ripagano pienamente delle fatiche e dell’impegno di queste intense giornate.

Il futuro del cambiamento e dell’innovazione è il denominatore comune delle proposte e delle domande che tutti questi operatori portano sul palco dell’Altice Arena: noi abbiamo scelto di focalizzare l’attenzione su alcuni concetti strategici che orientano obiettivi e perplessità, aspettative e protocolli della vita collettiva e dei progetti imprenditoriali in ogni settore della società durante la terza rivoluzione industriale, proponendo un confronto fra pubblico e privato.

Chi e come riuscirà a guidare il cambiamento e fare la differenza in un mondo dove si moltiplicano a vista d’occhio proposte e contenuti di ogni genere?

Cosa significa realmente fare rete e come fare ad orientarsi e trovare le giuste collaborazioni in una marea sempre crescente di informazioni? Quali sono le pratiche che possono produrre allo stesso tempo innovazione e inclusione sociale, partecipazione e approfondimento?

Che ruolo hanno i big data nella trasformazione della società e in che modo condizionano il futuro che sembra inevitabilmente destinato ad attraversare proteiformi reti di silicio per essere modellato?

Hanno raccolto la nostra proposta Paola Pisano, primo Assessore all’Innovazione della città di Torino, che, anche grazie al suo storico curriculum di capitale della ricerca, si propone come polo di attrazione per un’innovazione sociale e tecnologica consolidata attraverso la collaborazione e la partecipazione, dove pubblico e privato condividono obiettivi, sfide, rischi e benefici, e Ricardo Viana Vargas, specialista in gestione dei progetti e strategie di attuazione fondate su strumenti informatici e analisi dei big data per eminenti organizzazioni globali, sia nel settore privato e aziendale, sia in ambito governativo e no profit.

Ricardo Viana Vargas (in seguito RVV):
“Viviamo in un mondo frenetico, dove l’abbondanza di informazioni diventa un fattore di distrazione, si possono trovare 25 punti di vista diversi sullo stesso argomento. È meglio di prima, quando non avevamo informazioni, ma le persone in questo modo non possono prendere decisioni efficaci perché non sono in grado di valutare quale sia l’insieme più giusto e coerente di informazioni. È molto facile creare un blog, c’è una esagerata quantità di start-up. Come possiamo distinguere le giuste informazioni per andare avanti? Oltretutto l’epidemia di notizie false è una sfida enorme dei nostri giorni. Le organizzazioni devono prestare molta attenzione e valutare attentamente la fonte delle loro informazioni, perché c’è un enorme problema di credibilità: per esempio, se qualcuno mi parla di una nuova organizzazione e mi descrive i suoi prodotti e potenzialità e poi cita come fonte Facebook, non posso affidarmi alla credibilità di questa piattaforma perché chiunque può pubblicare qualunque cosa su Facebook. Le cose oggi mutano a ritmi vertiginosi e verifichiamo in ogni settore un’estrema volatilità: i media e le start-up crescono e scompaiono a velocità di fulmine. Anche le compagnie tradizionali, quelle che erano solite dominare il mondo scompaiono, solo le realtà che sono in grado di adattarsi ed evolvere sopravviveranno! Oggi è veramente facile fare networking, ciascuno può avere migliaia di connessioni attraverso i social media, ma come si fa a trovare le persone giuste? Per me è necessario tornare indietro, alle radici, per comprendere le ragioni per cui le persone entrano in connessione: le persone si organizzano perché hanno lo stesso scopo ma abilità e competenze complementari! È come nel calcio: ci sono 11 giocatori che hanno lo stesso obiettivo ma ciascuno ha un ruolo diverso e capacità specifiche. Quindi la domanda fondamentale da farsi è: come faccio a trovare le persone giuste che possano integrare le mie idee e che abbiano la stessa ambizione, la stessa visione? You don’t network by networking: puoi avere 1.000 connessioni sui social media ma solo 10 con soggetti con cui puoi fare veramente rete. Molte persone si connettono per il solo scopo di sentirsi connesse. Io ricevo ogni giorno 100 proposte di connessione su Linkedin, ma solo 10 sono coerenti con il mio profilo, molti non leggono nemmeno le informazioni che pubblico, e mi contattano solo perché e molto facile farlo ma, in questo modo, si perde il vantaggio di questa facilità di connessione.”

Paola Pisano (in seguito PP):
“È una questione estremamente complessa: questo è un mondo di distratti, tutta questa informazione sta creando persone distratte che non fanno attenzione alle cose, ai particolari, all’ambiente…: faranno la differenza le persone che riusciranno a riappropriarsi del proprio tempo, a essere meno distratte dai social media, e a rifocalizzarsi sulle cose che devono fare, quindi andare più nel dettaglio, avere più spirito critico, osservare l’ambiente, capire cosa è realmente necessario e collaborare! La collaborazione è necessaria in questa fase di grande innovazione perché non è possibile lavorare da soli, questo però significa essere disposti a cedere qualcosa!. Noi in Italia siamo battitori liberi, vogliamo fare tutto da soli e primeggiare. In questo mondo non si può più fare, bisogna trovare tutti le combinazioni giuste per fare innovazione, le organizzazioni private devono supportare delle infrastrutture che siano anche pubbliche: per esempio il 5G verrà installato e utilizzato da una azienda privata nella città di Torino, ma utilizzato anche da altre organizzazioni private, queste possono così usufruire di una infrastruttura privata che allo stesso tempo diventa un bene comune pubblico. Ognuno di noi deve rinunciare a qualcosa e bisogna cerare dei nuovi modelli di business, forse più etici, che devono essere strutturati fra pubblico e privato. Il privato è abituato a condividere i rischi con il pubblico ma non i risultati, se l’istituzione pubblica supporta il privato e condivide i rischi, quando c’è un ritorno, un profitto, anche quello deve essere condiviso.”

I big data sono la bussola della società dell’informazione: orientano scelte e strategie, sia nel pubblico sia nel privato, disciplinano le analisi sul presente e indirizzano l’organizzazione per il futuro, e proprio per questo vengono ormai da tutti considerati il petrolio dell’era digitale. Per entrambi i nostri interlocutori rappresentano il cardine di ogni ragionamento imprenditoriale e amministrativo e il fondamento delle possibilità di successo e efficacia di un’impresa, ma, mentre RVV sembra non avere dubbi sulla validità dello strumento e non mostra esitazioni sulla sua adeguatezza nel soddisfare le necessità dell’uomo del terzo millennio, PP affronta l’argomento mostrando un atteggiamento cauto che riconosce la potenza del dispositivo e proprio per questo evidenzia la necessità di maneggiarlo con cura e attenzione, sottolineando il fatto che, come ogni strumento creato dall’uomo, sono in ultima analisi, sempre lo sguardo e gli obiettivi dell’uomo che usa tale strumento a fare la differenza e condizionare le conseguenze del suo impiego sul futuro.

RVV:
“La differenza fra i dati tradizionali e i big data è che questi ultimi producono una imponente quantità di informazioni, e questo necessariamente favorisce nuove intuizioni, perché con una tale quantità di dati puoi trovare correlazioni che non avevi mai visto prima. Certo, i big data interpretano la realtà, e permettono approfondimenti e intuizioni non convenzionali, connessioni fra aree diverse, che si allontanano dal pensiero convenzionale, o permettono di comprendere che è necessario andare oltre o approfondire. In ogni caso consentono di analizzare una quantità enorme di dati e quindi producono un valore molto più ampio rispetto ai dati tradizionali, per chi li usa e per la società in generale.”

PP:
“I dati dovrebbero essere uno strumento per capire la realtà, ovviamente li interpretano le persone, non saprai mai se sei oggettivo o se stai forzando le cose. Noi usiamo i dati per capire come i nostri cittadini si muovono sul nostro territorio, i loro modi di vivere la città, studiamo la sentiment analysis attraverso il web per sapere cosa pensano su Torino, per osservare l’impatto emotivo delle nostre politiche. Stiamo cercando di creare un’amministrazione fact based, verificando i risultati delle nostre azioni: per esempio, abbiamo fatto una campagna contro la mala sosta e analizziamo attraverso i dati per verificare se questa campagna ha realmente prodotto meno multe; abbiamo vietato l’ingresso delle automobili diesel in centro e osservato se questa azione ha realmente contribuito a ridurre l’inquinamento. Portare questa modalità all’interno della pubblica amministrazione è vero un cambio di passo. Abbiamo creato un team dati e ci crediamo molto. Ce la possiamo fare.”

Nello specifico delle loro particolari esperienze e settori d’intervento RVV e PP ci hanno poi offerto spunti interessanti e utili per chi opera nel settore, ma altrettanto importanti e validi per tutti noi che, soggetti attivi o fruitori, per amore o per forza siamo chiamati a trattare e governare le conseguenze della diffusione della tecnologia digitale e le sfide lanciate dall’economia digitale.

Ricardo Viana Vargas ci ha suggerito alcune riflessioni sui vantaggi e gli svantaggi rappresentati dall’essere una piccola o una grande impresa in un mondo in rapido e costante cambiamento, sull’atteggiamento più vantaggioso per riuscire a cavalcare le maree dell’economia digitale, e sull’importanza di una strutturata presenza online.

Paola Pisano ci ha invece raccontato l’esperienza e le sperimentazioni che la città di Torino sta concretizzando per raccogliere la sfida del cambiamento e rilanciare sul tappeto verde dell’innovazione con proposte che tengono conto della relazione fra le trasformazioni imprenditoriali e il benessere della cittadinanza e della società civile.

RVV:
“Le piccole imprese devono fronteggiare più sfide perché non raggiungono ancora un grande pubblico e hanno risorse limitate, ma allo stesso tempo hanno qualcosa nel loro DNA che rappresenta il loro vantaggio: hanno il controllo totale del loro lavoro, la guida a 360 gradi dei loro progetti. A capo della maggior parte delle piccole imprese ci sono i proprietari stessi, che si impegnano profusamente per gli affari della loro impresa. Le metodologie di project management servono per trovare e applicare sistemi sempre aggiornati di consegna rapida e economica: le grandi imprese non hanno l’agilità di mettere in pratica rapidamente le novità e nuovi strumenti, per innovarsi velocemente e adattarsi ai cambiamenti.”

L’agilità è la chiave per il successo. Quando cresci devi mantenere la velocità e il senso dell’urgenza degli inizi. Louis Gerstner, precedentemente CEO di IBM, dice che, per favorire il cambiamento si deve sempre mantenere il senso dell’urgenza, perché tenere se stessi e la propria organizzazione in una zona di comfort equivale a non muoversi, a non progredire.

“Non si può fare a meno di una presenza digitale oggi: è talmente facile condividere le idee, i valori e i prodotti di una azienda che si deve trarre beneficio da questa possibilità, approfittarne il più possibile. Nel mondo digitale stanno nascendo nuovi modi di condividere contenuti e conviene giovarsene. Queste nuove forme di comunicazione in realtà non intaccano i media tradizionali, loro traggono vantaggio dalla reputazione che hanno costruito nel tempo. Se sai che una fonte è affidabile continui a seguirla. Molti diffondono false notizie e crederci è uno dei pericoli maggiori per chi si affida ai social media.”

PP:
“La tecnologia digitale può produrre un cambiamento perché offre la possibilità a tutti di sapere tutto, ma se chi legge è intelligente e informato si produrrà un cambiamento positivo, altrimenti chiunque può permettersi di dire qualcosa e può creare una valanga con effetti anche molto negativi: la tecnologia non è mai neutra, quando l’uomo ha inventato il fuoco ha inventato anche l’incendio, quindi servono persone che onestamente si impegnano a gestire la tecnologia affinché produca effetti e risultati positivi.”

La città di Torino sta mettendo a punto nuove politiche per favorire il cambiamento: Torino Social Impact (TSI), un contenitore di innovazione sociale che mira ad attrarre innovatori sociali sul territorio e spingere l’ecosistema a innovarsi supportandolo economicamente come pubblica amministrazione, e Torino City Lab (TCL), contenitore di innovazione tecnologica e modelli di business, per attrarre aziende innovative allo stadio pre-commerciale della loro vita. Nel caso di TCL, la città si offre come tester e diventa partner, condividendo rischi e ritorni, supporta le imprese con dati e informazioni e semplifica le procedure amministrative; in alcuni casi chiede anche un riscontro da parte dei cittadini, e nelle fasi successive del progetto si impegna per scalare il risultato a livello nazionale e internazionale.

“All’interno delle città l’inclusione sociale è fondamentale: significa connessione fra cittadini e amministrazione pubblica, e la possibilità per i cittadini di decidere sul bene comune. I cittadini in Italia sono sempre meno coinvolti, sempre più disinteressati, anche a causa della vita frenetica e dell’invasione delle nuove tecnologie. La pubblica amministrazione deve riuscire a ricreare il desiderio di vivere in gruppo e partecipare, dando loro voce e possibilità di decidere: se li coinvolgi però, devi farti carico delle loro opinioni e tenerne conto, trovare la giusta mediazione fra interessi diversi: questo spesso viene evitato dalle amministrazioni che ascoltano i cittadini ma poi fanno comunque quello che avevano già pensato di fare, e questo atteggiamento produce ancor più sfiducia e disinteresse.”


Nell’affrontare la svolta e il confronto con la terza rivoluzione industriale, Torino ha puntato molto negli ultimi anni anche sull’idea di città creativa. Abbiamo approfittato dunque per raccogliere su questo concetto, che può risultare astratto di per sé, il punto di vista di una delle rappresentanti della città impegnate nella gestione di questa delicata fase di trasformazione: “Creatività significa apertura mentale verso la diversità, noi cerchiamo di attrarre diversità sul nostro territorio e la diversità dopo un po’ produce creatività. Si può diventare anche molto efficienti nel suonare sempre lo stesso strumento ma per inventarne uno nuovo è necessario confrontarsi con la diversità.” Anche, per esempio, favorendo, come accaduto di recente in relazione alla registrazione anagrafica dei figli di coppie omogenitoriali, le persone che sanno cosa significa lottare per ottenere i propri diritti: sono proprio queste le persone che, secondo PP, possono produrre l’energia giusta verso trasformazioni positive per la società.

 

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